Del tempo fossile

I nostri sette ospiti arrivano alla spicciolata, nel corso del pomeriggio. La prima è Camilla, avvantaggiata dalla prossimità, lei vive a Napoli; l’ultima è Silva, partita stamattina presto da Berlino. Bora e Pleurad hanno preso l’aereo ieri sera a Tirana e si sono fermati a Bari per la notte. Cosimo arriva dalle Marche, ma a Roma si è unito ai tutor, Claudia e Francesco, partiti da Milano. Rivedere Claudia Losi a Latronico, dopo tanti anni, è una grande gioia per noi; con lei, nel 2009, abbiamo realizzato Qui e non altrove. Qui, uno dei progetti di comunità più belli, nell’ambito di ArtePollino Un altro sud. Nel corso degli anni ci siamo cercati e incrociati alcune volte, ma fuori dalla nostra regione. Adesso ritorna ed è bello ritrovarsi qui. Sorridiamo e ci abbracciamo al suo arrivo, e in quell’abbraccio c’è l’affetto e l’attesa di tanti anni. Claudia sarà affiancata, nel suo lavoro di tutor, da Francesco Pedrini, con il quale, già durante la prima cena, entriamo subito in sintonia. La sua ironia arguta, ma bonaria, ci conquista immediatamente. Cosimo, dal canto suo, sa stare al gioco e insieme formano un bel duo (scopriremo dopo che si erano appena conosciuti). A tavola si chiacchiera, ci si conosce. Dei tre artisti albanesi, Silva è quella che parla meno l’italiano, anche se lo capisce benissimo; con lei sarebbe preferibile usare l’inglese. Bora e Pleurad, invece, lo parlano fluentemente; molti albanesi, infatti, hanno imparato la nostra lingua, guardando la TV italiana o frequentando il nostro paese. Tuttavia, ci spiegano, la percentuale di giovani albanesi capaci di parlare l’italiano è notevolmente in calo, oggi si dà molta più importanza alla lingua inglese. Camilla rimane piuttosto silenziosa durante la cena, accusa la stanchezza della giornata o, forse, preferisce ascoltare. Magari si sta preparando per il fitto programma che, da domani, ci attende per l’intera settimana.

La prima giornata la trascorriamo interamente a Latronico, il paese dove i nostri ospiti alloggeranno e dove la nostra associazione ha sede. Dedichiamo la prima parte della giornata alle presentazioni: dell’associazione, del progetto Ka art, del territorio. Ci riuniamo negli spazi del MULA+ Museo di Latronico, nei pressi delle sorgenti sulfuree di Calda. La curiosità spinge subito i nostri ospiti ad avvicinarsi alla fonte con il bicchiere in mano, ma dopo aver bevuto le reazioni sono molto diverse: non tutti apprezzano, infatti, quel retrogusto di uova sode, quantunque l’effetto benefico sia noto da centinaia di anni. Qualcuno ricorre al caffè per cancellarlo, o forse è solo una scusa per fare scorta di energia. Visitiamo il museo, che ha sede nel primo stabilimento termale: qui, alla fine degli ‘20, ebbe inizio un’esperienza destinata a influenzare fortemente i costumi di Latronico. La giornata è bella, il sole ci induce a rimanere fuori, sul terrazzo, per continuare a lavorare. Seduti in cerchio, Gaetano introduce la lunga esperienza di ArtePollino, dal 2008 a oggi, arrivando a parlare del progetto Ka art. Nei prossimi giorni visiteremo quattro valli diverse, perciò, con l’aiuto di una mappa, proviamo a spiegare com’è fatta questa parte di territorio che indichiamo con il nome Pollino lucano. I nostri ospiti ci sollecitano con domande puntuali, mai banali, e la mattinata scorre così. Durante la pausa pranzo ci raggiungono anche Annalisa e Agnese, le addette alla comunicazione social. Dopo la pausa, visitiamo le grotte, che si trovano a pochi metri, molto apprezzate dagli studiosi di preistoria e, subito dopo, ci incamminiamo verso il parco delle terme. Visitiamo lo stabilimento termale, guidati simpaticamente da Kian che prova insistentemente a convincerci circa i benefici della fangoterapia (non che qualcuno di noi nutrisse dubbi!), e subito dopo raggiungiamo l’opera site specific di Anish Kapoor, Earth Cinema, realizzata e inaugurata nel 2009. Un salto giù alla cascata e poi di corsa nelle stradine del centro storico, dove si trovano altre opere di arte contemporanea, realizzate dall’associazione Vincenzo De Luca. Prima di cena, c’è giusto il tempo di un aperitivo in piazza, come si conviene al visitatore che vuole entrare in sintonia con lo spirito di questo luogo. Latronico è un paese che vive un rapporto quasi morboso con la piazza, pur non godendo di un clima mite; ma siamo ancora a settembre e le temperature di questi giorni consentono di stare all’aperto. I nostri ospiti notano, infatti, con stupore la presenza di tante persone sedute in piazza a chiacchierare, pur essendo martedì. Dalla piazza al ristorante il passo è breve, qui “tutto è vicino”, le distanze sono minime, a piedi potresti girare il paese, ma spostarci in auto forse ci fa sentire più “moderni e cittadini” e così non è raro vedere un viavai di macchine. Dopo cena ci fermiamo a chiacchierare a tavola, stasera Camilla è in gran forma e intrattiene parte del gruppo con aneddoti e battute; le fa da spalla Francesco. Dall’altro lato del tavolo, invece, il tono della discussione è molto più austero: Bora, Pleurad, Silva e Luca si sono impelagati in una discussione circa l’intervento di riqualificazione sulla piazza principale di Tirana. In mezzo Annalisa e Agnese provano a sintonizzarsi ora sull’uno e ora sull’altro gruppo, meditando forse qualche post.

Con il nostro furgone nove posti ci spostiamo nella Valle del Sarmento, per visitare i due comuni arbëresh e incontrare alcune persone. La prima tappa è a San Paolo Albanese, un piccolissimo paese, fondato cinque secoli fa da profughi albanesi, che ancora mantiene vive le tradizioni, la lingua, oltre al rito religioso greco bizantino. Gli abitanti custodiscono gelosamente questo patrimonio, ma volentieri lo mostrano e lo raccontano ai visitatori. Rosangela Palmieri oggi sarà la nostra guida, in chiesa e nel piccolo museo e, come sempre, riuscirà a stupire per il suo modo di raccontare e per la quantità impressionante di notizie. Dopo la lunga visita, la lasciamo per recarci da Quirino Valvano, nel paese dirimpettaio, San Costantino Albanese, anche questo fondato da persone scappate dalla loro patria. Quirino ci aspetta lungo il sentiero che porta alla sua casa in mezzo alla natura, nei pressi del fiume, dove ha scelto di abitare. Immerso in questa pace, nel laboratorio attiguo alla casa, costruisce strumenti musicali: zampogne, ciaramelle e surduline. Qui ci accoglie e, generosamente, ci fa entrare nel suo mondo. Ci spiega nei minimi dettagli il suo lavoro, dalla scelta dei materiali fino ai più piccoli, ma ingegnosi stratagemmi escogitati per superare difficoltà di ordine pratico nella costruzione. Ed è tutta meraviglia per le nostre orecchie e i nostri occhi, soprattutto quando inizia a suonare. Restiamo incantati specialmente dalla semplicità della sua vita ma anche del suo modo di porgere il racconto, e se stesso, agli altri. Prima di andare ci fa entrare nella sua abitazione; viene naturale domandarsi come faccia a sopportare tanta solitudine, e qualcuno infatti lo chiede, ma lui risponde con naturalezza che non si sente solo qui e non ha paura. C’era da aspettarselo! Si fa tardi, perciò lo lasciamo per una pausa pranzo al rifugio Acquafredda. Enzo e Filomena, che lo gestiscono, non erano stati avvisati in anticipo, ma da loro anche all’ultimo momento trovi sempre qualcosa da mangiare, anzi, più di qualcosa. Nel pomeriggio arriva la pioggia, così decidiamo di rientrare a Latronico per raccogliere le prime impressioni e iniziare un lavoro, che porteremo avanti fino a sabato, di presentazione di ciascun artista e delle sue opere. Oggi tocca a Bora Baboçi e Pleurad Xhafa. Il luogo di ritrovo è sempre il Mula+. Riusciamo a vedere e sentire via skype anche la nostra curatrice, Katia Anguelova, come al solito sorridente. Lei seguirà a distanza tutta la residenza, il suo contributo sarà fondamentale quando si tratterà di iniziare a progettare e a organizzare il lavoro per il 2019.

La proposta era nell’aria già da ieri, ma a dir la verità non aveva suscitato preoccupazione: oggi andremo in bosco a camminare, e fin qui tutto abbastanza prevedibile visto che il programma era stato condiviso in anticipo. Lo faremo però in totale silenzio, come suggerito dai due tutor. Si tratterà, cioè, di provare ad attivare la capacità di attenzione e i sensi, di ascoltare ogni passo e ogni suono, di essere presenti e sensibili verso ciò che sta intorno ma anche verso noi stessi che ci muoviamo in un ambiente insolito. Ci incamminiamo ed è subito magia! Solo in rarissimi momenti non resistiamo alla tentazione di indicare qualcosa, facendo bene attenzione a non emettere suoni, usando le mani e lo sguardo. Ma il bellissimo cervo che vediamo accostarsi all’acqua riesce ad avere la meglio sul nostro autocontrollo; a quel punto a Pleurad sfugge un “oooooh!”. E’ un lampo. Il tempo di pronunciare questo suono e già non c’è più. Ha avvertito il rumore dei nostri passi ed è fuggito. Ci guardiamo, sorridiamo e riprendiamo il cammino. Anche noi che conosciamo benissimo questo luogo, finalmente riusciamo a goderlo pienamente, ad attraversarlo come vorremmo sempre fare: è come se lo vedessimo quasi per la prima volta. Francesco ha escogitato un suo personalissimo strumento grafico per registrare su un quaderno con le righe per la terza elementare (che avrà almeno 30 anni, e che ha ricevuto in dono stamattina prima di partire), i segnali che arrivano dal bosco, in particolare i rumori. Cammina tutto il tempo con il quaderno aperto e la biro in mano. Silva non riesce a staccarsi dalla macchina fotografica: tutto quel verde intorno, l’acqua del torrente, gli alberi, richiamano continuamente la sua attenzione. Ogni tanto qualcuno si ferma a osservare un particolare, una pianta, un fungo. Ci muoviamo con molta lentezza, stando attenti a che il gruppo non si sfaldi. Usciamo dal bosco prima che i negozi chiudano, giusto in tempo per comprare della focaccia a San Severino Lucano. Conquistato il pranzo, decidiamo di spostarci verso Timpa della Guardia, dove si trova l’opera Rb Ride di Carsten Höller. Forse qualcuno potrebbe addirittura avere da ridire, ma l’idea a noi piace: mangeremo la nostra focaccia guardando la giostra e il panorama che ha ispirato l’artista, suggerendogli di portarla esattamente in questo punto nel 2009. Oggi non c’è nessuno, le nubi basse e grigie, i tuoni che man mano si avvicinano, hanno scoraggiato eventuali visitatori. Siamo da soli a goderci questo spettacolo. Ma a un certo punto il temporale sembra davvero imminente, nostro malgrado siamo costretti ad andare via, anche perchè tra un po’ ci attendono a Rotonda, presso la sede dell’Ente Parco. Egidio Calabrese ci stava aspettando per guidarci all’interno dell’Ecomuseo. A lui abbiamo chiesto di aiutarci ad approfondire un aspetto del Parco, quello che riguarda la geologia. Il valore geologico del Parco del Pollino è stato, di recente, riconosciuto a livello internazionale dalla rete dei Geoparchi Mondiali UNESCO. Egidio ha seguito personalmente la candidatura del Parco, e segue tutte le procedure per continuare a rimanere all’interno di questa rete. Le sue spiegazioni stimolano molto la curiosità degli artisti, che chiedono di poter avere ulteriori materiali. Prima di lasciare Rotonda, ci fermiamo un attimo in piazza, ma senza scendere dalla macchina visto che piove, a vedere “l’a pitu e la rocca” ovvero il faggio e l’abete, due alberi uniti in matrimonio durante la festa di Sant’Antonio. Anche questa sera, prima della cena, nonostante la stanchezza faremo sosta al museo per ascoltare la presentazione dei lavori di Cosimo Veneziano e poi un breve intervento di Claudia Losi sul rapporto tra cammino e arte. A risollevarci dalle fatiche ci penserà, anche stasera, l’ottima cucina di Franco e il clima gioviale a tavola.

Andare a Matera ti mette allegria, anche quando sai che ti toccherà fare tutto di fretta e che sarà una giornata lunga e faticosa. Dopo quattro giorni di intenso lavoro la stanchezza si avverte; di prima mattina, poi, non è sempre facile essere reattivi, soprattutto se, come Francesco, hai dovuto lavorare fino a tardi per consegnare una relazione. Perciò, durante la prima mezz’ora di viaggio, buona parte del gruppo sonnecchia. Ma attraversando la Sinnica, arrivati sul viadotto che scavalca l’invaso di Montecotugno, anche i più stanchi si svegliano e tirano fuori i loro cellulari per scattare delle foto. La pioggia continua ad accompagnarci ma lo spettacolo è davvero unico, di quelli da immortalare. Rallentiamo appena per dare la possibilità a tutti di guardare a destra e a sinistra, dai propri finestrini. Superato l’invaso, qualcuno inizia a fare domande: la grandezza, l’utilizzo dell’acqua, il grande tubo che esce dalla diga e che ci accompagna durante tutto il percorso fino a Policoro. Le curiosità sono tante e qualcuno chiede se al ritorno è possibile fermarsi e andare a vedere da vicino. Arrivati a Matera ci mettiamo in cerca di parcheggio. Ci dirigiamo verso il centro della città, dove abbiamo alcuni appuntamenti. Ma durante il tragitto ci sono delle cose che attirano l’attenzione del nostro gruppo, sono pur sempre artisti! La chiesa del Purgatorio è una tappa d'obbligo mentre attraversiamo via Ridola. Le decorazioni presenti, di stampo barocco, si fondano sul tema della morte e della redenzione delle anime. Dopo pochi metri ci imbattiamo nello stand dell’Open Design School che accoglie i visitatori per le giornate dedicate al programma radiofonico Materadio. Finalmente arriviamo in Piazza Vittorio Veneto, dove il nostro amico Enzo Montemurro, guida di Matera e gestore del Palombaro, ci aspetta per una visita interna. Il luogo è davvero affascinante, ma il tempo è poco e dobbiamo spostarci. Durante la camminata facciamo sosta alla cattedrale, riaperta al pubblico dopo una serie di restauri. Le stradine di Matera incantano i nostri ospiti; terminata la discesa lo sguardo si allarga sul torrente Gravina e sulla Murgia; il gruppo si ferma e inizia ad ammirare quello scenario davvero unico, tanto volte scelto come set cinematografico. Sono le 13.30 e qualcuno inizia ad avere fame. Decidiamo di fare una veloce pausa. Prima di lasciare Matera, ci concediamo una visita al quartiere La Martella, Luca aveva tanto parlato al gruppo di quella sperimentazione di intervento urbanistico degli anni ‘50 che vide coinvolti, oltre ad Adriano Olivetti, grandi studiosi e intellettuali di rilievo, di diversi ambiti disciplinari. Sulla strada del ritorno, come promesso, al bivio di Senise deviamo e ci spostiamo sulla riva della diga. Ci avviciniamo a una delle case che sono state abbandonate quando, negli anni ‘80, quel terreno fu allagato. Ciascuno viene attratto da un particolare: l’acqua, la struttura imponente dello sbarramento, le case costruite con paglia e argilla (ciucioli) ovvero ricoveri giornalieri dei contadini che un tempo coltivavano quella terra che poi fu loro sottratta. Restiamo per un po’ a contemplare quel paesaggio apparentemente naturale, che invece è stato fortemente determinato dalla mano dell’uomo. Ripartiamo verso Latronico, dove, al museo, faremo il solito momento di debriefing sulla giornata e ascolteremo le presentazioni dei lavori di Silva Agostini e Camilla Salvatore. Stasera, anche Francesco parlerà dei suoi lavori. Poi tutti a cena.

A telefono, durante le chiacchierate per concordare il programma della residenza, Claudia non aveva chiesto altro: questa volta voglio vedere i pini loricati! Nel 2009, impegnata nella realizzazione del lavoro, era riuscita a vedere solo alcune cose. Il pino loricato non è un albero che trovi ovunque, vederlo richiede alcune ore di cammino oltre alla volontà, è quasi un pellegrinaggio, ed è anche questo a renderlo così speciale. Per fortuna, dopo aver rinviato l’escursione per giorni, le previsioni del tempo oggi non sono nere, perlomeno fino al tardo pomeriggio, quindi possiamo incamminarci verso Serra di Crispo; ci aspettano tre ore e mezzo di cammino all’andata e poco meno al ritorno. Lasciamo il nove posti presso il santuario della Madonna del Pollino, a poco più di 1500 metri di altitudine. Sono ritornate anche Annalisa e Agnese, oggi; hanno affrontato una levataccia questa mattina, pur di camminare con noi. Le indicazioni sono sempre le stesse: camminare senza parlare. Solo Gaetano, in quanto guida e conoscitore del territorio, potrà rompere il silenzio, nel momento in cui vorrà segnalare al gruppo qualcosa di particolarmente importante. In più, oggi, ci viene rivolta una richiesta ulteriore: evitare di fotografare continuamente, ridurre gli scatti al minimo possibile. Si tratterà ancora una volta di creare una dimensione intima e riflessiva, di ascolto e osservazione, adeguata al lavoro che stiamo portando avanti. Per un bel tratto riusciamo a sentire solo i rumori della natura e i nostri passi, poi a un certo punto arrivano delle voci. Si tratta di un piccolo gruppo di escursionisti che, ovviamente, non sta facendo la nostra stessa esperienza e non sa neppure che il nostro silenzio non è dovuto alla casualità del momento. Loro giustamente chiacchierano, ridono, fanno battute sulla presunta prestanza fisica di qualcuno e quel cicaleccio dopo tanto silenzio, disturba. Adesso qualcuno potrebbe immaginarci come un gruppo di schizzinosi, intenti a ostentare chissà quale sensibilità o raffinatezza; no, niente di tutto questo! Effettivamente quando sperimenti per un po’ quel silenzio, le tue orecchie, e la tua mente, desiderano solo che si prolunghi. Provare per credere. Senza dare segni di insofferenza, proviamo così a rallentare per farli andare avanti, ma non funziona. Allora ci fermiamo e studiamo la strategia. Gaetano, che porta il passo, decide di accelerare un po’ e superarli. Riusciamo così a staccarli e a riconquistare la tanto agognata pace. Da quel punto in poi incontriamo solo cavalli e mucche al pascolo. Dopo le soste di rito, finalmente iniziamo a vederli, abbarbicati alle rocce; manca poco, ci avvisa Gaetano, ed effettivamente dopo venti minuti circa riusciamo a toccare con mano la corteccia a scaglie, e gli aghi, del pino loricato. Abbiamo superato i 2000 metri! Ciascuno cerca un posto per isolarsi e sentire pienamente l’energia che emana da questo luogo, chiamato non a caso il Giardino degli Dei; oggi più che mai, perché la nebbia gli conferisce un particolare carattere sfuggente, indefinito. Per la pausa pranzo ci ritroviamo quasi tutti in un luogo più riparato, ma nessuno smette di guardarsi intorno. Da giorni chiedevamo a Bora di dedicarci un canto, dopo aver scoperto questa sua passione, e il momento giusto arriva qui, in questo tempio naturale, in mezzo ad alberi ultracentenari, monumenti che racchiudono in sé l’antico legame tra l’Italia e l’area balcanica. Per espressa volontà di Bora, non registriamo né fotografiamo, ma i suoi occhi chiusi e il suono della sua voce che improvvisa un canto (che a noi improvvisato non sembra affatto) quasi sicuramente resteranno nella memoria di tutti. Le condizioni del cielo ci costringono ad alzarci e a rimetterci in cammino; dobbiamo scendere prima che inizi a piovere. Raggiungiamo Madonna di Pollino, stanchi ma soddisfatti e senza beccare neppure una goccia di pioggia. Ci dirigiamo verso Latronico, con l’unico desiderio di fare una doccia e godere una buona cena. Il clima a tavola è particolarmente spensierato, il lavoro è stato portato a termine nel migliore dei modi e con grande soddisfazione; un brindisi al tempo trascorso insieme e a quello che verrà ci sta più che bene. Infranto oramai il tabù del canto, Camilla si esibisce in una performance canora dal tono neomelodico, strappando applausi e risate. La giornata, e la residenza, terminano con la chiacchierata in piazza, e non poteva essere diversamente. Uno a uno i più anziani gettano la spugna e vanno a dormire. Unico sopravvissuto, in mezzo ai giovani, Luca.

E’ arrivato il momento della partenza. Le prime a partire, questa mattina, sono state Camilla e Silva. Luca le ha accompagnate a Maratea a prendere un treno per Napoli; da lì, Silva prenderà l’aereo per Berlino, dove vive. Il resto della comitiva raggiungerà Roma in pullman e poi ognuno si dirigerà, chi in aereo, chi in treno, verso la propria sede. L’ultimo caffè insieme al bar e poi i saluti con l’impegno di continuare il lavoro a distanza e di tenerci in contatto durante i mesi che ci separano dal 2019, data fatidica per tutti noi.